Il concetto di “mascolinità tossica” è diventato sempre più presente nel dibattito pubblico, spesso usato come etichetta per spiegare comportamenti violenti, misogini o socialmente dannosi. Ma cosa succede quando la scienza prova a misurare questo fenomeno invece di limitarsi a descriverlo?
Un nuovo studio condotto da ricercatori neozelandesi propone un approccio più rigoroso: un modello basato su otto indicatori pensato per analizzare come alcuni tratti culturali legati all’identità maschile influenzino atteggiamenti, relazioni sociali e benessere psicologico.
I risultati, pubblicati su Nature, suggeriscono una conclusione meno scontata di quanto spesso emerga nel discorso pubblico: sentirsi “virili” non implica automaticamente comportamenti tossici o misogini.
Perché misurare la mascolinità è una sfida scientifica
Uno dei problemi principali nello studio della mascolinità è che il termine viene spesso usato in modo vago o ideologico. Nella ricerca scientifica, però, concetti così ampi devono essere operazionalizzati: tradotti in variabili osservabili e misurabili.
I ricercatori hanno quindi cercato di separare:
- le norme culturali associate all’essere uomini,
- i comportamenti effettivi,
- gli atteggiamenti interiorizzati verso potere, controllo ed emotività.
L’obiettivo non era giudicare, ma capire quali aspetti siano effettivamente associati a esiti sociali negativi.
Il modello a otto indicatori
Lo studio propone un framework composto da otto dimensioni, che includono elementi come:
- l’importanza attribuita alla forza e alla durezza emotiva,
- il bisogno di dominanza o controllo,
- l’atteggiamento verso la vulnerabilità,
- le aspettative sui ruoli di genere nelle relazioni.
Analizzando questi indicatori in modo separato, i ricercatori hanno potuto osservare che non tutti i tratti associati alla mascolinità producono gli stessi effetti.
Viriltà non significa automaticamente tossicità
Uno dei risultati più interessanti dello studio è che il semplice sentirsi “virili” o identificarsi con un’idea tradizionale di mascolinità non è di per sé correlato a comportamenti dannosi.
Alcuni tratti, come il senso di responsabilità o l’auto-efficacia, possono addirittura essere associati a:
- maggiore stabilità emotiva,
- relazioni più solide,
- minore propensione a comportamenti a rischio.
È piuttosto la combinazione di rigidità normativa, rifiuto della vulnerabilità e bisogno di dominanza a correlare più spesso con atteggiamenti problematici.
Un contributo al dibattito pubblico
Il lavoro non assolve né condanna la mascolinità in quanto tale. Piuttosto, mostra quanto sia fuorviante trattarla come un blocco unico.
Dal punto di vista scientifico e sociale, il messaggio è chiaro: semplificare eccessivamente il concetto di mascolinità rischia di oscurare le vere dinamiche in gioco.
In un contesto culturale polarizzato, studi come questo aiutano a spostare la discussione:
- dalle etichette ai dati,
- dalle generalizzazioni alle differenze specifiche,
- dallo scontro ideologico all’analisi empirica.
Cosa resta aperto
Gli stessi autori sottolineano che il modello non è definitivo. Le norme di genere variano nel tempo e tra culture diverse, e servono ulteriori studi per testare questi indicatori in contesti non occidentali.
Tuttavia, il tentativo di misurare anziché demonizzare rappresenta un passo importante: non solo per la psicologia e le scienze sociali, ma per un dibattito pubblico che spesso corre più veloce dei dati.
In altre parole, la scienza non sta dicendo che la mascolinità “non è un problema”. Sta dicendo che, per capire quando lo diventa, serve molta più precisione di quanto offra uno slogan.